 | Nessuno
Quando si è feriti nell'anima l'io abbassa la guardia , non può comandare. E' in quel momento in cui ricevo il senso di un altro che non è l'io. Si rivela quel piccolo popolo che esiste in me. Bisogna cancellarsi dell'io perché l'anima si sveli
Legno, pietra , ferro, fuoco e spada, ormai per lui non avevano più segreti. Mastro Pedone gli aveva insegnato a lavorare di scalpello la pietra e il legno , Mastro Martello gli aveva svelato i misteri del ferro, della sua fusione e della scintilla di fuoco e lui sapeva ormai fabbricar armi e ferri di cavallo. Ne era passato del tempo da quando l'ultima pioggia aveva bagnato le capre e le rocce di Rodogallo, le formiche e le lucertole della Lizza, le gazze e gli ulivi di Collepazzo, le chiocciole del Crocifisso, la sabbia e le tamerici dei Sàmari, le montagne d'alghe bianche di Sàpea, le pietre di luce di Gallipoli. Da quell'ultima pioggia, il ragazzo bruno e silenzioso, era cresciuto come un albero nuovo. Più forte e sicuro di se e dei venti contrari e del sole rovente, ora che il giorno s'apriva gridando canti di luce e il cielo iniziava a bruciare senza fine. Più tardi l'arsura azzurra del cielo avrebbe sterminato le ultime nuvole e le pareti di roccia, i sogni dei bambini e il sangue nero degli eroi senza tombe sparso sulle antiche mura e nelle strade labirintiche della "sua" città ... Sì, ora la sentiva sua quella città senza più nome, anche se non ci era nato, né l'aveva mai conosciuta, né avesse certezza che esisteva davvero. Quella città fantasma , quella città invisibile era divenuta lo scopo stesso della sua esistenza.Era sua, sua come era stata del vecchio. E anche quel cielo era suo. E in quel cielo crescevano ancora gli elmi, le spade e gli scudi dei guerrieri e le grida di battaglia, di cui tante e tante volte gli aveva raccontato il vecchio. Ed erano lame precise di una volontà di riscatto, una volontà disperata di fermare il giorno e tornare indietro, indietro nel tempo, ai fasti dei primi abitatori dell'isola della luce, quando i loro avi con il solo furore della volontà conquistavano i cuori e le rocce. Allora li proteggeva la mano del Signore e l'antico cuore di madre della propria terra, a cui rimanevano sempre fedeli, sempre. E ogni meta era per loro un gioco e la conquistavano ridendo, come fanno i bambini. E ogni rotta, anche la più oscura e temeraria, la percorrevano con indomito spirito fino in fondo. E poi tornavano "sempre" nella propria terra, dove è tenero anche il pane più duro e nero. Mai, mai l'avrebbero abbandonata, la loro terra. Piuttosto si sarebbero strappata l'anima come una radice e l'avrebbero gettata in mare, in quel mare dove stanno angeli e sirene a guardia delle dodici colonne che sostengono l'isola. Il ragazzo era come un flauto in cui penetrava il vento cantando. E in quel flauto nudo e innocente era stata travasata tutta la memoria dell'infanzia del vecchio ciurmadore cieco, l'ultimo testimone della distruzione di Gallipoli. Il ragazzo non aveva niente di suo, neppure il nome. Aveva chiesto un giorno qual è il mio nome, vecchio? Il tuo nome? Tu non hai un nome. Ma tutti hanno un nome, le piante, gli alberi, perfino le pietre. Io so che il nome di un ragno è nel buco, e il nome del sole è dentro il sole e così il nome delle nuvole, ma il nome del lago è sopra il lago e così per il mare. E il mio nome dov'é? Chi ti ha detto queste cose? Le quattro zie macare, eh?...Pisellino, è il tuo nome. Non è vero, non scherzare. Non è un nome, Pisellino. Perché? Perché no. Io voglio un nome vero. Io devo avere un nome. Perché io non ho nome? Tu sei certo che vuoi un nome? Sì.Voglio il mio nome.... Ebbene , Nessuno è il tuo nome.
Nessuno? Sì, Nessuno. Questo è il tuo nome antico,ma non lo dire a nessuno. Va bene. Il mio nome è Nessuno e non lo saprà nessuno. Lo terrò segreto il mio nome, te lo prometto, parola di Nessuno.
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