 | L’AMMIRAGLIO LAURIA
“ Quillu fiète sàpie ca ti ncàntete E t’i pòrtete i morti”
Finalmente s'addormentò.Ma nella notte fu visitato da un sogno. Si trovava sotto un ciglio segretamente illuminato da un sole giallo che stava sotto di lui, al gomito di una riviera così profonda che era ombreggiata da una volta, una volta pendula e complicata di radici color rosa. L'acqua del mare gli sembrava di velluto stagnante. Ma ecco che l'acqua in realtà si muoveva e trasportava navi: erano le galee siculo- aragonesi. Sulla galea più grande troneggiava l'ammiraglio Lauria con la sua corazza d'ora e l'alto pennacchio a tre colori. Era ritto sulla poppa con la spada sguainata che brandiva alta nel cielo incitando i suoi uomini. Sicilia e Aragona! Aur, Aur, Aur!, rispondevano i marinai siciliani e i balestrieri catalani. Aur, Aur, Aur! Inseguì con lo sguardo quell'acqua di velluto dall'alto del ciglio in cui si trovava, là sotto il gomito della riviera, e vide suo figlio inerme, umiliato, prigioniero del trionfante Ruggero Lauria.Non l’aveva mai amato quel figlio “ciotto”, somigliava tutto alla madre, la delicata e pallida regina Beatrice…sapeva di stantio e di alito pesante. Aur Aur Aur! Gridava ora tutta la flotta sicula-aragonese in un mare di sangue francese. I cadaveri degli angioini erano semisommersi, masse informe di scaglie e di pelle rosea. Erano come i pesci morti. Ma il sangue, il loro sangue rosso e vivo si stendeva sull'azzurro del mare come un tappeto e su quel sangue, il sole brillava feroce.Fu preso da un sentimento di pietà e orrore. E pianse, pianse , pianse, il crudele re, Carlo d'Angiò. Aur, Aur, Aur!, gridavano i siciliani. Fatemi scendere, aiutatemi, vi prego, disse piangendo il re. E torceva nel sonno penosamente la grossa testa nera da spagnolo. “…nun si mpùntete mèi e po’ mei di si turciniè “
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