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L'equilibrista del capitale

L'equilibrista del capitale  
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Subject:L'equilibrista del capitale
Date:Sun, 09 Jan 2005 20:55:13 GMT
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La scomparsa di Gerard Debreu, matematico applicato all'economia e premio Nobel
nel 1983. La sua Theory of Value del 1959 resta il punto di riferimento per gli
apologeti delle virtù del libero mercato


EMILIANO BRANCACCIO
Gerard Debreu, francese, professore di economia matematica a Berkley in
California, premio Nobel nel 1983, è morto ieri a Parigi all'età di 83 anni. Il
nome di Debreu è indissolubilmente legato a un gigantesco sforzo teorico,
compiuto da lui e da molti altri esponenti del pensiero neoclassico tra gli
anni `40 e '50, finalizzato alla costruzione di un modello di equilibrio
generale, vale a dire un tentativo di rappresentazione «totale» del
funzionamento di una economia concorrenziale. Debreu ha sempre mostrato una
forte ritrosia nei confronti dei tentativi di attribuire alla sua opera una
capacità di descrizione della «realtà economica», così come si è opposto alla
possibilità di trarre dal suo edificio teorico delle dirette implicazioni
politiche. Come si evince da una preziosa intervista del 1996 ad opera di Piero
Bini e Luigino Bruni, così come dalla sua stessa biografia, Debreu ha sempre
cercato con questo comportamento di rimarcare una netta presa di distanza dagli
impieghi per così dire «ideologici» della sua teoria. Egli giunse addirittura a
mostrare un certo compiacimento nell'aver sistematicamente disertato le
riunioni del proprio dipartimento alla Cowles Commission, dove la Scuola di
Chicago andava sviluppando le linee guida del «monetarismo», il credo su cui
tuttora si fonda, tra l'altro, la politica marcatamente restrittiva della Banca
centrale europea. Nonostante il voto di neutralità compiuto da Debreu, è
innegabile che la sua Theory of Value del 1959 rappresenti tuttora il punto di
riferimento essenziale per la maggior parte degli studi tesi alla
«dimostrazione borghese» per eccellenza: l'efficienza di un ordine sociale
esclusivamente basato sulla libera interazione di individui autonomi, egoisti e
razionali. In altre parole, l'efficienza del capitalismo, o meglio, della
rappresentazione che i suoi apologeti amano dare di esso. Per quanto infatti le
ricerche di Debreu e degli altri teorici neoclassici non siano mai state in
grado di elaborare una dimostrazione generale dell'unicità e della stabilità
dell'equilibrio economico, è oggi prevalente l'opinione che il loro contributo
sia stato decisivo per definire le condizioni necessarie affinché il medesimo
equilibrio possa sussistere e quindi, implicitamente, anche delle azioni
politiche che occorrerebbe intraprendere qualora quelle condizioni non siano
soddisfatte. In quest'ottica, l'economista del Mit Olivier Blanchard si è
spinto addirittura al punto di attribuire proprio a Debreu il merito di aver
chiarito in termini rigorosamente scientifici i presupposti per il corretto
funzionamento della «mano invisibile» di Adam Smith, vale a dire di quel
principio secondo cui la proprietà fondamentale del capitalismo consisterebbe
nel generare benessere diffuso grazie esclusivamente al libero operare
dell'egoismo dei singoli. Questo significherebbe, ad esempio, che l'efficienza
capitalistica è assicurata solo nel caso in cui i prezzi, secondo
l'impostazione di Debreu, siano perfettamente in grado di riflettere la
scarsità relativa delle risorse che essi rappresentano. Se il lavoro è
relativamente abbondante rispetto alle altre risorse allora il suo prezzo,
ossia il salario, dovrà risultare relativamente basso. Se ciò non dovesse
avvenire, magari a causa dell'azione dei sindacati, vorrà dire che è solo a
questi ultimi che si dovrà imputare l'inefficienza dell'equilibrio
capitalistico. Originariamente destinato agli studi d'ingegneria e capitato tra
le spine della scienza economica solo a causa della guerra, Debreu sarebbe
probabilmente inorridito di fronte al carattere rudemente politico di una
simile conclusione. Ciò non toglie, tuttavia, che essa rappresenta la pressoché
indiscussa conseguenza logica di tutti i modelli ispirati alla sua opera.

E' indubbiamente un peccato non poter chiedere a Smith una valutazione
epistemologica sull'accostamento (a dir poco) temerario suggerito da Blanchard.
Ma soprattutto, più in generale, appaiono del tutto fuorvianti le concezioni
secondo cui la realtà capitalistica funzionerebbe in modo non efficiente
(generando ad esempio crisi e disoccupazione) solo perché i sistemi economici
effettivi non rispettano i requisiti del modello di equilibrio generale di
Debreu. Quei requisiti rappresentano infatti soltanto delle condizioni di
equilibrio di un particolare schema di rappresentazione del capitalismo, il
modello neoclassico. E non vi è nessuna ragione scientifica per cui si debba
ritenere quello schema come l'unica possibile «metafora» del funzionamento
effettivo del sistema economico.

Qui si pone tuttavia il problema di fondo per chi desideri accostarsi
criticamente al pensiero di Debreu e degli altri giganti dell'ortodossia
neoclassica. E' il problema della costruzione di una potente rappresentazione
alternativa del mercato capitalistico, quale fondamento necessario per una
efficace critica della teoria economica dominante e della ideologia ad essa
sottesa. Le critiche «interna» ed «esterna» all'equilibrio generale
neoclassico, elaborate da alcuni esponenti italiani delle cosiddette scuole
«classica» e del «circuito», rappresentano a parere di chi scrive una base di
sostegno potenzialmente fruttuosa per la costruzione di una teoria alternativa.
Queste impostazioni, infatti, presentano già il merito di non attribuire alla
determinazione capitalistica del salario e delle altre variabili distributive
alcuna proprietà generale di efficienza, ma anzi fanno risalire le origini
della stessa a questioni di «potere», come quello tipico della classe
capitalista di accedere in modo privilegiato alle fonti di finanziamento.
L'unico serio limite che forse può rintracciarsi in queste analisi, e che
quantomeno negli esiti le accomuna all'opera di Debreu, consiste nella estrema
difficoltà di introiettare o anche solo di rapportarsi con la Storia e la sua
evoluzione. Debreu, in proposito, con l'ipotesi eroica dei mercati futuri
completi per tutte le merci, aveva deciso di liquidare il problema facendo
implodere l'intero sviluppo storico in un unico punto, il cosiddetto tempo
zero, in cui verrebbero inverosimilmente intraprese tutte le decisioni per il
futuro. I modelli ad esso alternativi, al contrario, sulla Storia restano muti.
Il che li pone, almeno per il momento, a grande distanza dal pieno compimento
delle ambizioni di Marx, loro grande ispiratore.

Il Manifesto 7 gennaio 2005 pag 15

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