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E' l'economia, bellezza

E' l'economia, bellezza  
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Subject:E' l'economia, bellezza
Date:19 Jan 2005 18:58:49 +0100
un'agenda e un convegno


SERGIO CESARATTO
Paul Ginsborg ha citato l'economia come un tema fondamentale dell'assemblea del
15. Ma alla sinistra una concreta progettualità politico-sociale e gli snodi
economici sembrano interessare poco. Perché sia così, è complesso a spiegarsi.
C'è una crisi epocale della progettualità socialista. C'è la tradizionale
divisione della sinistra italiana fra un'ala moderata, approdata al liberismo
compassionevole, e una «antagonista», sospettosa di un riformismo dal profilo
alto che collochi piena occupazione e stato sociale come obiettivi,
trascurandone la centralità per mete più avanzate. C'è la lotta fra fazioni
politiche interessate alla propria sopravvivenza, cieche di fronte alla
distanza dalla base popolare, e impermeabili al rinnovamento. Poiché la
politica viene prima dell'economia, è chiaro che se non c'è una scossa nel
senso di responsabilità del ceto politico, poco c'è da fare altrove. La posta
in gioco nel paese è comunque così alta che vale la pena che ciascuno si dia da
fare nel suo ambito. Con l'obiettivo di contribuire a colmare la carenza di
analisi e proposta nella sinistra, e per contrastare l'egemonia delle tesi
economiche più moderate, un gruppo di economisti (fra cui chi scrive) sta
cercando di organizzare un convegno di profilo scientifico sui temi di una
politica economica volta alla crescita e a una più equa distribuzione del
reddito (i materiali preparatori ed i dettagli organizzativi compariranno su
www.econ-pol.unisi.it/econdem/italia.htm).

Una lezione di progettualità, e per certi versi anche di democrazia, nel
proporre agli elettori obiettivi almeno in apparenza comprensibili, viene
peraltro proprio dal nostro avversario, così come l'individuazione dell'Europa
come ostacolo al perseguimento dei traguardi per cui gli elettori hanno votato.
E proprio l'Europa è al primo punto del convegno sopra menzionato.

L'architrave della politica economica europea si riassume nell'idea che
l'inflazione sia un problema europeo, tenuto sotto controllo dalla Bce, mentre
l'occupazione è un obiettivo nazionale da perseguirsi attraverso la
flessibilità dei mercati. La strategia europea per l'occupazione non si risolve
che in una gioco al ribasso volto a ridurre il costo del lavoro con effetti
negativi sull'occupazione a causa del calo dei consumi dei lavoratori e della
spesa sociale. I paesi europei hanno invece rinunciato alle tradizionali
politiche monetaria e fiscale come strumenti per la piena occupazione. Nel
nostro convegno vorremmo discutere come l'Europa potrebbe con comune vantaggio
riprendere ad utilizzare pienamente e congiuntamente tali politiche. Questo
apre notevoli problemi tecnici. La politica fiscale andrebbe comunque lasciata
a livello dei governi nazionali, oppure visto che la politica monetaria è a
livello europeo si dovrebbe procedere verso una Costituzione economica europea
simile a quella americana, con un sostanzioso bilancio federale ed una politica
monetaria collaborativi? Tale Costituzione porterebbe a valorizzare un aspetto
positivo della moneta unica per cui una moneta forte quanto il dollaro può
essere funzionale a politiche espansive a livello europeo. L'Ue fungerebbe così
utilmente da seconda locomotiva, stabilizzando l'economia mondiale. Questa
proposta non può certo essere tacciata di anti-europeismo. Una diversa
Costituzione economica europea è un obbiettivo ambizioso. Non ritengo che abbia
ragione Keynes che sono le idee a guidare a lungo termine le scelte politiche.
Penso che siano le circostanze storiche a farlo. Però le idee servono, e a
fronte del crescente disagio economico europeo potrà maturare spazio per
soluzioni più avanzate, concretamente e non retoricamente europeiste. La
sinistra moderata è invece cieca di fronte al fallimento europeo, continuando a
condividere le scelte pre-keynesiane che ne sono alla base, come l'idea che la
spesa pubblica sottragga risorse agli investimenti privati. Ma intanto cosa
proporsi nel più breve periodo e in particolare come andare operativamente
oltre lo slogan di «violare Maastricht»?

In maniera condivisibile Brancaccio e Realfonzo hanno proposto (Liberazione,
20/11/04) di rifiutare ogni piano di rientro del debito pubblico entro il
parametro del 60%, come Bruxelles ci vuole imporre. Questo non è tuttavia
ancora sufficiente a politiche espansive almeno sintantoché i tassi di
interesse reali sono superiori ai tassi di crescita. Infatti una mera
stabilizzazione del debito ancora impone la realizzazione di avanzi primari
(saldi di bilancio al netto della spesa per interessi), pur se inferiori a
quelli necessari laddove si scegliesse di diminuire il rapporto debito/pil. Il
problema della revisione del Patto di stabilità si pone peraltro da qui a marzo
e la sinistra dovrebbe da subito offrire un appoggio condizionato al governo -
intenzionato a rifiutare draconiani piani di rientro - in quanto dai risultati
della revisione scaturirà lo spazio di politica economica in cui la prossima
maggioranza si troverà ad operare. La sinistra dovrebbe premere perché a più
paesi possibile sia consentito di infrangere i parametri di Maastricht, potendo
beneficiare così di una ripresa europea, e perché le politiche della Bce siano
orientate in senso accomodante, oltre naturalmente ostacolare l'impiego delle
risorse eventualmente disponibili per infrastrutture inutili o ulteriori
riduzioni fiscali.

Di più «pronta beva» sono le misure basate su un bellissimo teorema keynesiano
che afferma che lo stato può agire in maniera espansiva anche mantenendo il
bilancio in pareggio: lo può fare accrescendo allo stesso tempo tasse e spesa
collettiva; lo può fare redistribuendo reddito dai ceti con bassa propensione
al consumo a quelli con alta propensione. In entrambe i casi l'azione di
sostegno della domanda si accompagna ad una maggiore giustizia distributiva. Il
limite è la concorrenza fiscale fra paesi che limita il potere impositivo ai
soli fattori immobili, in particolare al lavoro. Ma vi sono nel paese vasti
settori parassitari ed evasori fiscali, oltre che la rendita immobiliare, che
si possono colpire senza paura di «fughe di capitali» e senza nuocere ai
settori più esposti alla concorrenza estera. Va inoltre discussa la possibilità
della reintroduzione di controlli sui movimenti di capitale, giustificata
magari in sede Ue con una emergenza economica. Misure di finanza straordinaria
volte ad abbattere il debito senza incidere sui consumi privati e sociali dei
lavoratori non devono essere escluse.

La responsabilità di ciò che va male nel paese non va però unicamente
attribuito all'Europa. La lista dei temi su cui intendiamo stimolare il
confronto includono l'efficienza del settore pubblico, e la questione
industriale e tecnologica al cui riguardo non esistono soluzioni
miracolistiche. Prioritarie sono la destinazione di grandi risorse verso la
formazione scolastica e universitaria, e la costituzione di nuclei di
laboratori/imprese a tecnologia avanzata con capitali pubblici. La politica
della concorrenza europea va contrastata riaffermando il diritto di ciascun
paese di assicurarsi un futuro tecnologico con i mezzi che ritiene più
opportuni. Rilevante il riassetto del sistema finanziario e il suo orientamento
alla crescita del paese in particolare del Mezzogiorno, l'eterna emergenza,
crocevia di tutti i problemi ora citati. Intendiamo infine discutere dello
snodo crescita/ambiente. Si può ritenere che la crescita possa essere
funzionale al miglioramento ambientale, ma non naturalmente una crescita a
tutti i costi. La crescita deve soprattutto consistere di beni e servizi
collettivi, con al primo posto la lotta al trasporto privato e su gomma e il
risanamento del territorio.

Il manifesto 15 gennaio 2004 pag 10
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