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Il caso Di Canio riporta in primo piano il rapporto ambiguo e spesso mistificante tra pallone e ideologia. Il calciatore-ultrà della Lazio ha diviso i suoi tifosi col più scandaloso dei saluti ma la sinistra sottovaluta il mondo delle curve
GUIDO LIGUORI ANTONIO SMARGIASSE Dunque ci siamo, è esploso il «caso Di Canio». Non poteva essere altrimenti. Recensendo sul manifesto la sua autobiografia, nel gennaio 2002, esprimemmo insieme simpatia per alcuni aspetti del personaggio - l'orgoglio per l'origine proletaria, per il lavoro manuale del padre e anche un convincente discorso antirazzista - e preoccupazione per alcune sue idee: in particolare l'ammirazione per Mussolini, appena mitigata da un «ma non sono fascista», probabile concessione al pubblico inglese. E preoccupazione soprattutto per la carica simbolica di cui il giocatore rischiava di farsi vettore. Vorremmo riprendere il discorso da dove lo avevamo terminato, concludendo la recensione con queste parole: «Nonostante i suoi giudizi storico-politici, la "veracità" di Paolo Di Canio suggerisce rispetto e simpatia. Il suo ritorno alla Lazio è un'idea altamente improbabile (quale allenatore potrebbe lasciare in panchina un irriducibile?). Il suo "mito" presso tanti ragazzi di curva, se appare perfettamente comprensibile, è qualcosa che non ci lascia soddisfatti e tranquilli: se lui è diventato un mito, oggi, sia pure per un settore limitato di "ragazzi di strada", è perché "c'è del marcio in Danimarca". O, per meglio dire, in tutta la nostra vecchia Europa». Erano altri tempi, era un'altra Lazio. Tramontato il progetto cragnottiano di «neocalcio» - che contrapponevamo allo spirito ultras impersonato da Di Canio - il ritorno del giocatore è diventato realtà. Si mormora da mesi - ma il giocatore ha smentito con risolutezza - che il ritorno va inserito nell'ambito di un'operazione politica che oltrepassa il calcio, tanto da avere come sponsor un romanista di provata fede come Storace. Non è di questo però che vogliamo parlare: le polemiche esplose dopo il derby sollevano questioni più complesse della campagna elettorale di un «governatore» regionale. La situazione presenta aspetti diversi, che opinionisti e media tendono a confondere. Vi è una questione che attiene al tifo nella Capitale e una questione che attiene alla valenza politica del personaggio. Iniziamo dalla prima. Abbiamo detto e ripetuto - fornendo analisi ed esempi - che l'intreccio tra organi d'informazione e massa d'urto (quantitativa) dei tifosi fa della A.S.Roma una sorta di Moloch economico-passionale a cui tutto o quasi è concesso. Questa premessa non è inutile per comprendere le reazioni alla sconfitta romanista nell'ultimo derby. Reazioni spropositate e ingiustificate, concentrate opportunisticamente sul «reo» Di Canio, che traevano però origine dalla necessità di elaborare il lutto della sconfitta. Si è detto di tutto contro l'esultanza del giocatore dopo il gol segnato o contro il suo modo di uscire dal campo mostrando le tre dita alla tribuna. Non si ricorda un eguale scandalo dopo un egual gesto di Giuseppe Giannini a parti invertite non molti anni orsono, né per le quattro dita con cui neanche un anno fa Totti irrideva gli juventini all'Olimpico. Non si ricorda soprattutto altrettanto scandalo per la ben più grave e celebre maglietta di Totti «Vi ho purgato ancora», tra l'altro espressione di chiara cultura fascista (era il motto con cui la Brigata Ravenna firmava le proprie azioni squadristiche), per la quale Totti non ha mai voluto scusarsi. Allora non fu aperta alcuna inchiesta: venendo da Totti, fu preso per un «simpatico» gesto goliardico... L'esibizione di quella maglietta una parte della città non l'ha mai dimenticata (come non ha dimenticato tante altre bravate che non stiamo qui a elencare) e tutto ciò contribuisce a incrementare l'ostilità per un «capitano» che non ha mai saputo mostrare quella faccia di sportività che ora si pretende da Di Canio. Gli investimenti di immagine messi in piedi dalla formidabile macchina pubblicitario-affaristica che sta dietro al giocatore giallorosso non sono però onnipotenti: anche nella «piccola storia» del calcio romano i fatti restano e producono sedimenti nella memoria collettiva. Sono aspetti - quelli impersonati da Totti prima e ultimamente da Di Canio - che non a tutti piacciono? È più che comprensibile. Ciò che non è comprensibile è che si usino due pesi e due misure. Per cui su Di Canio e sulla Lazio si può sparare a zero tranquillamente, mentre sugli errori e gli eccessi dell'«altra parte» c'è sempre pronto il sorrisetto compiaciuto del giornalista o dell'ex-calciatore romanista di turno che derubrica il tutto a una semplice ragazzata. La sera del 6 gennaio, da questo punto di vista, si è soltanto raccolto ciò che si è seminato negli anni. E veniamo al cotê più propriamente politico. Cosa può rappresentare Di Canio per il mondo degli ultras di destra? La comunicazione politica, soprattutto della destra, tende sempre più ad anteporre i simboli ai ragionamenti e a veicolare la propria egemonia attraverso comportamenti e iconografie. Non conta allora l'intenzione - politica o meno - del gesto, conta il messaggio che quel gesto sa comunicare. A quelle migliaia di persone che, più o meno consapevolmente, già in decine di curve in tutt'Italia salutano ogni domenica così, la foto che immortala Di Canio con il braccio teso alla fine del derby offre un forte punto di riferimento ideologico, potremmo dire (restando sul piano della comunicazione ultras) addirittura un riferimento mitologico, l'eroe-guerriero che vince la sua battaglia e poi si rivolge alla sua comunità nel più scandaloso dei saluti. Ora la speranza è che il calciatore Di Canio, le cui convinzioni politiche erano già note, sappia far prevalere l'etica professionale e sappia riflettere sulla necessità di rispettare le norme che vietano certe manifestazioni. Capisca Di Canio che è a rischio, oltre al suo futuro di uomo di calcio, l'immagine della società calcistica che più ama. C'è da aspettarsi dunque, come del resto lasciano intendere alcune dichiarazioni, un ridimensionamento dei suoi comportamenti eversivi piuttosto che una loro escalation. Ricordi anche Di Canio che le comunità cui lui intende fare riferimento, quella politica e quella calcistica, non sono sovrapponibili. I tifosi laziali tutti, che hanno le convinzioni politiche, ideologiche e religiose più disparate, debbono poter ammirare il Di Canio calciatore, valore tecnico indiscutibile e spirito ribelle abituato - come i suoi tifosi - a battersi nella propria città per difendere i propri «diritti calcistici». I tifosi laziali vogliono il calciatore che li unisce, e non il politico che li divide. Altrimenti Di Canio farà il male, non il bene, anche della Lazio. Del resto - lo ripetiamo da tempo - l'incontro nel calcio tra tifo e politica è ambiguo e spesso mistificante. Da questo punto di vista pugno chiuso o braccio teso cambia poco. E resta da rispondere alla domanda che la (gente di) destra pone con insistenza: perché una parte viene esecrata e repressa più dell'altra? La risposta più scontata è quella che sappiamo a memoria: la nostra Repubblica ha una Costituzione antifascista, per cui non è equivalente - come alcuni vorrebbero - esporre negli stadi la svastica o l'effige del Che. La motivazione di ciò risale a ragioni di carattere storico-politico ben note, che non saremo noi a rinnegare. Se la Carta Costituzionale dice questo, però, la «costituzione materiale» risente fortemente dei cambiamenti sociali e culturali del Paese. A noi fa riflettere soprattutto il fatto che centinaia e migliaia di «pischelli», e non più poche avanguardie iperpoliticizzate, non capiscano più il perché della differenza di trattamento tra una svastica e una falce e martello. Qui sta il vero problema. Questo è il vero frutto del lavoro della destra. Questo è il risultato dei limiti di una sinistra che a un certo punto ha rinunciato a se stessa e alla centralità della lotta per l'egemonia, che significa innanzitutto lavorare tra la gente, là dove la gente si aggrega, per produrre senso comune. Questo lo ha fatto negli ultimi anni più la destra che la sinistra. Problemi grandi che coinvolgono campi da gioco ben più ampi di quelli in cui si consuma il domenicale rito calcistico. La nostra impressione è che tornare a una logica di «antifascismo militante» o di «guerra dei bottoni» non consenta di spiegare a tanti, a troppi giovani i nostri valori e le nostre idealità. Perché occorre sapere che tra coloro che in curva e fuori oggi salutano col braccio teso tanti saranno sempre nemici radicali dei valori della democrazia, della solidarietà e della giustizia sociale. Ma con tantissimi altri si può e si deve dialogare, per spiegarci, capire e farci capire. Il Manifesto 15 gennaio 2004 pag 18
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