La pupa D'Addario e i pupari. Complotto in 3 mosse

Subject:La pupa D'Addario e i pupari. Complotto in 3 mosse
Date:Fri, 5 Feb 2010 19:12:07 +0100
http://blog.panorama.it/italia/2010/02/05/la-pupa-daddario-e-i-pupari-complotto-in-3-mosse/


La pupa D'Addario e i pupari. Complotto in 3 mosse

È sabato 30 gennaio ed è appena terminata la cerimonia d’inaugurazione
dell’anno giudiziario. Al quarto piano della procura di Bari il capo
dell’ufficio, Antonio Laudati, si ritrova a faccia a faccia con alcuni dei
suoi sostituti. Sul tavolo l’ultima copertina di Panorama intitolata “Il
complotto”. Ventiquattr’ore prima la stessa procura, dopo avere esaminato
il testo con puntiglio da esegeti, si era limitata a escludere, in una nota
ufficiale, che fosse iscritta una notizia di reato che riguarda “accordi
fraudolenti miranti a una calunniosa rappresentazione processuale”.
Dietro il criptico linguaggio giuridico si celava ciò che i magistrati non
potevano smentire: l’esistenza di un’inchiesta che, come vedremo tra poco,
ruota intorno a Patrizia D’Addario, la escort di Palazzo Grazioli, e si
muove su tre livelli, legati fra loro da diversi filoni, ipotizzando, al
termine di questo percorso, un “complotto” contro il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi.

Infatti le varie inchieste portano a una conclusione univoca: l’affaire
D’Addario ha una genesi tutt’altro che lineare e nasconde, secondo gli
inquirenti, una precisa regia. Da tempo i magistrati fanno ipotesi su chi
possa averla gestita, ma per non vanificare il lavoro sin qui svolto, e
correre il pericolo di essere accusati di costruire teoremi fantasiosi,
hanno scelto di inabissarsi come un sommergibile. Sino alle prossime,
imminenti misure cautelari.
Certamente a Bari la D’Addario è indagata per associazione per delinquere.
Non è la sola, con lei sono finite sotto inchiesta una dozzina di persone.
Il reato associativo è una cornice che serve al procuratore Laudati e ai
sostituti che lo affiancano, Giuseppe Dentamaro e Teresa Iodice, per poter
investigare ad ampio raggio.

Il nome della D’Addario, prima dello scandalo politico, era noto in
tribunale per la ventina di procedimenti pendenti in cui è coinvolta sia
come parte offesa sia, e sono la maggior parte, come indagata o imputata.
Nella primavera 2009 hanno iniziato a interessarsi a lei anche Pino Scelsi
ed Eugenia Pontassuglia, pm della Direzione distrettuale antimafia,
nell’ambito di un’indagine di criminalità organizzata avviata per capire se
esistesse un collegamento tra la malavita e il reclutamento delle
prostitute, come lasciava supporre un attentato subito da un’amica di
Patrizia D’Addario legata a un membro del clan Parisi (uno dei gruppi più
temuti della criminalità barese).

Nella prima metà di giugno la escort si reca in procura per raccontare la
sua notte a Palazzo Grazioli. Qualche settimana dopo incappa nell’indagine
sulla fuga di notizie e sulla genuinità delle registrazioni audio
effettuate nella dimora del premier. Infatti gli inquirenti si accorgono
che il contenuto delle trascrizioni dei nastri consegnati nelle redazioni
non corrisponde a quello delle bobine in possesso della procura, segno
questo di una possibile strumentalizzazione delle informazioni. Ma
fermiamoci un attimo.

Questo è il primo livello dell’inchiesta e ha come tappa finale
l’individuazione dei pubblici ufficiali che sono all’origine delle falle
nel segreto istruttorio. Non soltanto per le registrazioni della D’Addario,
ma anche per la pubblicazione dei verbali secretati di Gianpaolo Tarantini.
Su questo versante, secondo quanto risulta a Panorama, l’accusa avrebbe
raccolto riscontri inconfutabili.

Tra giugno e settembre 2009 (dal periodo delle prime fughe di notizie su
Patrizia D’Addario a quelle su Tarantini) sarebbero stati compiuti diversi
passi falsi da parte di giornalisti e investigatori. Inciampi per cui
nessuno dei detective, per ora, è stato trasferito, nonostante siano stati
immortalati da foto e videotape che proverebbero bugie e responsabilità.
Per conoscere i nomi di questi servitori dello Stato infedeli non sarà
necessario attendere molto: le richieste di misure cautelari o
interdittive, infatti, saranno esaminate dall’ufficio del giudice delle
indagini preliminari. I provvedimenti non riguarderanno figure di secondo
piano ma toccheranno tra gli altri ufficiali della Guardia di finanza e dei
carabinieri. Questo snodo sarà fondamentale.
Quando infatti sarà acclarato che, come ipotizzano gli inquirenti sulla
scorta di numerosi atti compiuti nell’arco di sei mesi, il flusso di
notizie coperte da segreto si inserisce in una strategia mirata a
screditare il presidente del Consiglio, l’inchiesta potrà considerare
individuato il primo livello e puntare a quello successivo al centro del
quale c’è la D’Addario.

L’estate scorsa il suo ex amante e protettore, Giuseppe Barba, l’ha
denunciata per stalking e durante la sua deposizione fiume del 5 agosto il
pm Dentamaro, di nuovo lui (e non è un caso), ha trovato lo spunto per
aprire un nuovo filone d’indagine, quello incardinato, per ora, solo su
un’ipotesi di associazione per delinquere. La notizia di reato è un
presunto trasferimento di 1,5 milioni di euro dall’Italia al Qatar.
Dentamaro, specializzato in fascicoli riguardanti le cosiddette fasce
deboli, conosce benissimo la D’Addario e le ha dato credito in un processo,
facendo condannare Barba nel 2006 per favoreggiamento della prostituzione.
Questo non gli ha impedito, due anni dopo, il 3 luglio 2008, in occasione
della richiesta di archiviazione per una denuncia, di ricredersi sul conto
della donna e di liquidarla con queste parole: “Può validamente affermarsi
che risulta compromessa l’intera credibilità della suddetta”.

Il magistrato, dopo avere trovato i riscontri al viaggio della signora
nella Penisola arabica, adesso vuole capire se anche le restanti
dichiarazioni di Barba siano plausibili. Resta da scoprire perché la
D’Addario avrebbe trasportato soldi all’estero: per costituire fondi neri?
Per trasferire oltreconfine le mazzette incassate da eventuali amici
politici? O magari per ripulire capitali di provenienza illecita? A
dicembre, a Bari, un’imponente inchiesta antiriciclaggio ha portato
all’arresto di un’ottantina di persone, molte legate al già citato clan
Parisi. Un filone che non ha ancora finito di riservare sorprese.

Certamente la donna, nonostante le dichiarazioni dei redditi da indigente,
negli ultimi mesi è al centro di accertamenti finanziari capillari che
hanno permesso di appurare l’esistenza di numerosi conti correnti italiani
ed esteri riferibili direttamente a lei, ai parenti più stretti o a
prestanome. In particolare gli investigatori hanno puntato gli occhi su un
tesoretto depositato presso una banca italiana, un gruzzolo non lontano da
1 milione di euro che sarebbe affluito negli ultimi mesi. Una ricchezza che
per gli inquirenti non può essere giustificata con l’improvvisa notorietà
della signora, anche perché lei, nella sua recente autobiografia, giura di
non essersi mai fatta pagare per le interviste.

In procura sospettano che tutti quei soldi possano essere il premio per il
ruolo recitato in questi mesi, quello di nemica giurata del premier. Anche
se qualche investigatore non esclude che, viste alcune recenti
frequentazioni della donna, quei soldi possano non appartenere a lei. Ma
questa è una storia che merita di essere approfondita in un altro capitolo.
Qualunque sia l’origine di quel denaro, di certo, secondo i pm, la “pupa”
con le sue rivelazioni non ha agito in questi mesi autonomamente e anzi
sarebbe stata “eterodiretta”. E per questo l’accusa ha iniziato, rimanendo
sott’acqua, a dare la caccia ai presunti pupari.
Per scovarli, dovranno risalire al cosiddetto terzo livello, senza farsi
cogliere dalle vertigini. Intanto hanno iniziato ad annotare i nomi degli
agenti e dei collaboratori che stanno gestendo i frequenti viaggi
all’estero di Patrizia D’Addario. Nomi che vengono conservati come reliquie
dagli investigatori.

A proposito della presunta cabina di regia, in procura non escludono che
chi ne fa parte possa avere selezionato la D’Addario già nel 2008 per poi
affidarla all’imprenditore Gianpaolo Tarantini, che ha poi condotto la
donna con il registratore nelle stanze di Berlusconi. Ma questa è la pista
più insidiosa all’interno dello scenario del complotto che si sta
delineando ai danni del premier. Ed è proprio per questo motivo che, allo
stato attuale, bisogna concentrarsi sulla parte della trappola informativa
ordita dopo le registrazioni della D’Addario. Qui i possibili registi
sarebbero stati, ironia della sorte, ripresi dalle telecamere della polizia
giudiziaria impegnata in alcuni appostamenti a Bari e, forse, anche dagli
occhi elettronici di investigatori privati.

Immagini e foto sono state fatte nei giorni precedenti la decisione della
D’Addario di consegnare al Corriere della sera la sua intervista denuncia
(dopo essersi prima proposta a un settimanale e, a quanto risulta a
Panorama, a un altro importante quotidiano). Secondo quanto sostenuto dal
Fatto quotidiano, sarebbero stati filmati incontri tra il senatore del Pd
Alberto Maritati (a lungo sostituto procuratore a Bari fino al 1999) e il
pm Scelsi, tra Maritati e l’avvocato Maria Pia Vigilante (difensore della
D’Addario), tra quest’ultima e una giornalista. Maritati ha confermato gli
incontri escludendo di aver parlato dell’inchiesta.

Di certo quando Laudati e i suoi sostituti avranno disvelato il meccanismo
che ha indirizzato le azioni del primo livello, la vicenda sarà più
decifrabile e sarà evidente come giornali italiani e stranieri abbiano di
fatto creato una struttura che ha agito in maniera sinergica e che ha avuto
come conseguenza quella di danneggiare l’immagine del presidente del
Consiglio. Un’organizzazione che apparentemente si è limitata a raccogliere
oggettivamente il racconto della D’Addario, ma che in realtà, secondo
l’accusa, si è messa in moto su impulso di politici, magistrati e
personaggi senza scrupoli che hanno cercato di usare la signora come
un’arma. Ma sulla scena del delitto hanno lasciato troppe prove.
Presto si scoprirà pure quali frutti stia dando la collaborazione avviata
da Tarantini con gli inquirenti. L’imprenditore ha già messo in fila ore di
interrogatori in cui ha fornito numerosi riscontri alle sue dichiarazioni.
L’uomo non si è sottratto a nessuna domanda.

Per esempio, ha chiarito i suoi rapporti con Roberto De Santis, fulcro del
potere dalemiano in Puglia. I magistrati hanno chiesto conto dei vari
contatti e di un incontro fra i due in piazza Navona, a Roma, nella
primavera del 2009.
La coppia era insieme pure nell’estate di due anni prima, quando incrociò
nel mare di Ponza l’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, con il
quale si ritrovò allo stesso tavolo per cena. Nel ristorante, fra i
commensali, sedeva pure l’allora capo di stato maggiore della Guardia di
finanza, generale Paolo Poletti. A riprova della capacità di Tarantini di
tessere relazioni ad altissimi livelli gli inquirenti hanno annotato
diverse telefonate dell’imprenditore proprio con Poletti, nominato nel
novembre 2008 vicedirettore dell’Aisi, il servizio segreto che si occupa
della sicurezza interna.

Pupari, servitori dello Stato infedeli, 007: gli ingredienti per una
perfetta spy-story non mancano, anche se rischiano di avvelenare il clima
in procura, dove ormai la diffidenza contraddistingue persino i rapporti
tra magistrati. Dopo l’annuncio di Panorama di un possibile fascicolo
riguardante rilievi quanto meno disciplinari per le toghe, i pm sospettano
gli uni degli altri. Alcuni sono allarmati financo dalle domande dei
giornalisti, in cui temono di decifrare annunci di indagini a loro carico.
Ma presto la partita si giocherà a carte scoperte.



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